ANDREA LANZINI

UN ATTORE SUL PALCO DELLA VITA
TRA TEATRO, MUSICA E RADIO

di Michela Flammini

Andrea è un attore ed autore teatrale, che, dopo aver solcato i palchi di mezza Italia, ci racconta, in quarantena, un po’ della sua vita e della sua arte. Storico del teatro, speaker radiofonico, presentatore, fondatore di “Antiscenica”, un gruppo sperimentale di teatro, ha all’attivo già 4 suoi spettacoli: “Stasera disturbo?” (2008/2010); “Non poteva certo finire bene” (tournée 2013/2014, 50 repliche); “Ditelo in giro, ieri sera ho visto Andrea” (tournée 2014/2015) e “D’amore e di periferia” (2020). Il genere di recitazione preferito da Andrea è quello della farsa giullaresca, in chiave comica e dissacratoria, che strizza l’occhio al teatro d’avanguardia contemporaneo, con l’utilizzo addirittura della musica elettronica…

Gli abbiamo fatto qualche domanda: ecco cosa ci ha risposto…

Ciao Andrea, benvenuto! Iniziamo subito con una domanda a bruciapelo: Cosa rappresenta il Teatro per te?
Partiamo subito a mille con una bellissima domanda, alla quale ancora non ho risposta, se non “una grande passione che fin dall’infanzia mi ha sempre tenuto viva la curiosità e la voglia di imparare questa fantastica disciplina artistica”. Cercherò di risponderti a questa domanda esistenziale come si risponde a certe domande filosofiche tipo: “ Perché succede qualcosa, piuttosto che il nulla?!”
Il teatro è storia, cultura e aggregazione. Il teatro è un mondo completo e complesso del quale faccio parte solo nel piccolo spicchio degli attori ed autori. Spesso il prodotto finale, lo spettacolo, è quello più tenuto in considerazione, ma il momento della creazione e della collaborazione con gli altri addetti alla scena è altresì importante ed estremamente necessario. Il teatro per me è sacrificio: devi essere disposto a passare molto tempo lontano dalle persone a cui vuoi bene, devi studiare molto ed avere la pazienza di imparare. La recitazione è una componente intima della mia vita. È ciò che mi fa sentire vivo: aiuta a conoscermi, mi scruta dentro, dall’oscurità alla luce. È un amico del cuore, che mi tende la mano tutte le volte che ho bisogno di tirarmi su. Dicevo, il teatro è condivisione, prima con te stesso, quando inizi a buttare giù il testo, poi con i collaboratori, persone uniche, che riescono sempre con entusiasmo ad inserirsi in ciò che propongo ed infine con il pubblico. È quel momento di grazia creativa, sia per la scrittura, che per l’azione scenica. Il teatro è ciò che mi fa esistere!

PH: Matteo Lini

Quale è il tuo messaggio?
Scrivo da sempre, fin da quando avevo 14 anni. Successe al primo anno delle superiori quando, durante un’intera mattinata di 5 ore, riuscii a stendere frasi su un intero quaderno, finendolo! Dopo di che passai giorni a rileggerlo e ancora oggi lo ricordo a memoria. Non capivo cosa mi stesse succedendo, ma non riuscivo proprio a fermarmi. Persi l’intera lezione, ma incontrai la mia vita! Col crescere, questa azione mi ha sempre accompagnato quotidianamente ed è legata ad un momento di necessità, che nasce da uno sfogo personale dovuto al presente, ai miei sentimenti e a ciò che mi circonda. Il messaggio si compone andando avanti nel lavoro, concretizzandosi ad opera conclusa. Posso parlarti con il cuore di un uomo che vuol portare valori universali di amicizia, pace, amore, senso civico e rispetto per tutto, dagli animali, alla natura, per arrivare all’essere umano… Sono fatto così: non sopporto le ingiustizie, mi fanno molto arrabbiare e come artista, ovvero come personaggio che ha la possibilità di avere un microfono acceso ed un canale preferenziale per poter esprimere le sue idee, opto sempre per il bene.

Come risponde il pubblico al tuo teatro: possiamo definirlo di avanguardia?
Si, se intendiamo l’avanguardia come momento in cui attui una creazione in contrasto con la tradizione del gusto corrente. Sai, sono anche uno storico del teatro, essendomi laureato al DAMS di Firenze e come interesse personale mi affascina molto la storia. Forse questo mi permette di essere l’artista contemporaneo che sono: solo conoscendo bene il passato, si può lavorare in maniera critica col presente. Il mio modus operandi è partire da me stesso, ed è quando sento che stanno vibrando le corde dell’anima, che so di essere sulla strada giusta e continuo a lavorare in quella direzione. Fortunatamente l’arte teatrale cresce con te e se ti guardi intorno noterai sempre degli stili già esistenti, (in quanto un po’ tutto è stato già inventato), che ti permettono di parlare al più alto grado estetico dello spettatore. Basta osservarli e aggiungere il tuo punto di vista, spostando l’asticella del contemporaneo un po’ più in là. In questo momento per esempio, con il gruppo “Antiscenica”, stiamo portando in tour uno spettacolo dal titolo “D’amore e di periferia”: uno spoken poetico, sonorizzato da basso elettrico e musica elettronica, più una performance live. Il pubblico risponde con interesse, un po’ come quando ascolti una canzone e sembra che parli di te. Questo mi è possibile solo grazie ad una spontaneità dell’uomo, ancora prima che dell’artista, che trasmette alla “pancia” delle persone i sentimenti dell’essere umano. Lo riconosco negli occhi lucidi del pubblico e nel calore che mi riserva dopo lo show. Cerco sempre di ritagliarmi un momento, al di là della stanchezza a fine spettacolo, per stare insieme, scambiarsi pareri e instaurare un dialogo di crescita e comunione. Sei sia Autore che Attore, come ti trovi in questa dicotomia di artista?
Sono sostanzialmente due componenti ben distinte, ma che appartengono entrambe alla mia personalità. Nasco come attore e allo stesso tempo come scrittore, in maniera spontanea. Prima scrivo, come ti dicevo per necessità, per tirare fuori qualcosa che in quel momento ho bisogno di sfogare e di conseguenza prende forma in uno spettacolo e solo allora, in un secondo momento, entro in sala prove e grazie agli anni che ho trascorso con compagnie teatrali (dove ho studiato giorno e notte i segreti di questa arte), mi esprimo al meglio delle mie possibilità. Ciò che metto in scena, mi appartiene nel profondo.

Hai scritto parecchie sceneggiature, a quale sei più legato e perché?
Dopo alcuni anni passati in compagnie teatrali (dal 2002 al 2007), dove ho portato in scena testi classici, ho trovato il coraggio di esprimermi con le mie opere. È dal 2008 che sono sulle scene con i miei spettacoli: 2008 “Stasera Disturbo?” È uno spettacolo che gioca molto con la nostra tradizione cristiana, usando lo stile comico per parlare del ritorno a casa dei Re Magi. Usavo questo espediente per andare contro alle convenzioni sociali che ti vedono nascere e rimanere incastrato in un modello di vita già dettato dalla società. In questo modo il mio personaggio, il Re Magio, si sentiva incastrato in un ruolo prefissato da altri, che non sentiva più suo: lui voleva essere un poeta (presta attenzione a quest’ultima parola, perché, dopo dieci anni e 4 spettacoli, sono riuscito a diventarlo, ci arriveremo…). Nel 2013 ho portato in scena “Non poteva certo finire bene”, una parabola comica sulla vita di un ragazzo che a 19 anni decide di andare via dalla provincia in cui vive, per andare nella grande città, dove crede di poter trovare tutto ciò di cui ha bisogno. Dopo svariate disavventure però, a 30 anni, è costretto a tornare a casa dai suoi genitori, dove finalmente trova la sua strada. Al 2014, invece, è riservato “Ditelo in giro ieri sera ho visto Andrea”: un insieme di corti teatrali. Dal 2018 (in corso) “D’amore e di periferia”: la mia ultima fatica artistica. Te ne parlo perché sono immensamente innamorato di tutte queste rappresentazioni, non ne ho una in particolare a cui tengo di più. Ogni volta che finisco uno spettacolo, penso che sia il migliore che abbia mai fatto e di non essere in grado di rinnovarmi. Poi, invece, succede che arriva un nuovo spettacolo, che mi piace più del primo e così via: è una macchina che non si ferma mai, sempre con il piede sull’acceleratore!
Posso dirti che “Stasera Disturbo?” conteneva già qualche forma di ciò che sarei diventato in “D’amore e di Periferia”, ma quest’ultimo non contiene più tutti gli “errori” che facevo nel 2008!!

PH: Andrea Manni

Andrea, sei anche fondatore di “Antiscenica” un gruppo di teatro “sperimentale”, come è nato questo progetto?
Questo progetto nasce nel 2018, dall’incontro di tre sensibilità artistiche molto differenti, ma che trovano un incastro perfetto tra loro, facendo nascere una creatività prorompente ed un’esplosione di forza. I componenti sono: Carlo Sciannameo (Musicista), Elisa Buonomo (Attrice) ed io, che ne sono sia Attore che Autore. Voglio però raccontarvi un aneddoto: dal 2013 collaboro con Carlo, un musicista incredibile, che riesce a trasformare in musica tutte le mie sensazioni, oltre che ad essere un uomo di una sensibilità unica e di una umanità immensa, verso il quale nutro un gran rispetto ed a cui sono legato da una vera amicizia. Con lui stavo preparando, proprio nel 2018, un altro lavoro, basato su un libro di José Saramago: “Caino”, per la precisione. Quest’ultimo lavoro non siamo riusciti a portarlo in scena, per diversi motivi non legati alla nostra volontà. Tra una pausa e l’altra, tra un pranzo veloce riscaldato al microonde e mangiato su un baule, carico e scarico delle casse, parlavo a Carlo di alcune poesie, che in quel momento avevo terminato di scrivere su due taccuini Moleschine, confidandogli di non riuscire più a reggerne il peso. Sentivo i taccuini pulsare dal cassetto nel quale erano soliti rifugiarsi, dopo essere stati arati per tutto il giorno con solchi di inchiostro. Dovevo liberarli in qualche modo, come si liberano i sogni dentro ad un cassetto. Carlo, molto pacatamente, mi rispose di farglieli leggere. Elisa è un’attrice unica, sensibile ed intensa, che riesce a portare in scena tutte le sfumature delle emozioni, con una naturalezza che mette i brividi; oltre ad avere una delle più belle facce teatrali che abbia mai incontrato nella mia carriera da artista. Con Elisa siamo legati da una profonda amicizia, di quelle che tendono la mano nel momento del bisogno, delle compagnie interminabili, delle notti in bianco nella periferia di Firenze, tra una sigaretta e molti bicchieri di “non ci pensare”. Stava studiando recitazione ed anche a lei facevo leggere queste poesie ed è stata proprio lei a spronarmi a rimettermi in gioco e trovare un filo conduttore unico, un contenitore che potesse raccoglierle tutte in un unica grande storia. E così è stato: in una notte ho inviato il materiale ad entrambi. In due settimane siamo riusciti a tirare giù sette stesure del copione con correzioni, aggiustamenti e spostamenti, fino a quando entrammo in sala prove prima io e Carlo, creando un mondo fatto di sola voce e musica, ma subito ci accorgemmo che mancava il corpo dell’azione ed è stato in quel momento che abbiamo deciso di chiamare Elisa che, senza pensarci due volte, disse: “Ok, ci sto!”. Un pomeriggio di ottobre, in un bar a Grosseto, qualcuno di noi, a proposito di questo spettacolo disse: “E’ proprio bello, sarà uno spettacolo nuovo, un’ “antiscena” per eccellenza”. “Fermi tutti”, risposi: “Saremo noi gli Antiscenica”. Così siamo diventati un’ Associazione Culturale!

PH: Mattia Luceri

“D’amore e di periferia”, ce ne vuoi parlare?
Certo! E’ stato un lavoro lunghissimo di circa due anni. “D’amore e di periferia” nasce come un audiolibro e come uno spettacolo teatrale. Dopo tanti anni come attore che lavora con il corpo, volevo sperimentare le infinite possibilità della voce ed essere solo quella. Ad Elisa abbiamo lasciato il compito di essere il corpo dell’azione, mentre Carlo sonorizza le suggestioni della parola, con il suo basso accompagnato da tempi martellanti, fatti di musica elettronica. Nel grembo caotico e rumoroso di una città inconsapevole, cresce l’intreccio della vita di un uomo, che si trova a fare i conti con le relazioni sentimentali che stanno caratterizzando il suo presente. Un ciclo di vita raccontato a pensieri: quelli che di notte non lasciano spazio alla quiete, tra l’instabile capacità di mantenere l’equilibrio e la chiara consapevolezza di essere già in picchiata. Può sembrare uno spettacolo tragico, ma sulla scena esiste una forte dicotomia tra la parola ed il corpo dell’azione. Infatti Elisa interpreta una donna che sta avendo una sua rinascita, in netto contrasto con la storia narrata. La periferia non è altro che quel sentimento centrale dell’amore, che viene ghettizzato dall’iniziale e personale “centro città”. Vi dico un’ultima cosa: questo spettacolo di teatro può essere inteso anche come un concerto elettronico, inserendosi direttamente tra le avanguardie di questi anni, mostrando il teatro come una creatura in continua evoluzione, che cambia e si adatta ai tempi moderni, sopravvivendo così al passare degli anni.

PH: Andrea Manni

Come attore del Teatro Stabile di Grosseto hai maturato esperienza anche con i bambini nelle scuole, ce ne parli?
Ho militato per qualche tempo tra le compagnie per bambini, anche a Bologna con la “Fun Science”, dove portavamo la scienza e i suoi esperimenti nelle classi scolastiche. Lavorare con i bambini è un esperienza unica: vedere quei visi pieni di stupore, per dei semplici artifici scenici, è impagabile. È stata una palestra difficile ed unica. Prima di tutto come attore, ho dovuto imparare a tenere alta l’attenzione per un pubblico estremamente fantasioso, modificando il lessico, la postura e il modo di approcciarmi al palco. Ma tutto è servito per formare l’artista che sono.

Sei un artista poliedrico, che ha fatto anche cinema, radio, presentatore di eventi, cosa ti manca di più in questo difficile momento?
Mi manca tantissimo la radio, a cui non ho intenzione di rinunciare e al più presto rimetterò in sesto una trasmissione. La radio è un’altra passione che porto sempre con me.
Il cinema è stato un errore di gioventù! Tempi lunghi di attesa prima della posa e diversa concentrazione non mi fanno amare molto la recitazione in questo contesto. Certo sono sempre aperto a cambiare idea e a nuove proposte.

PH: Elisa Buonomo

Come stai vivendo la quarantena? Cosa ti manca del teatro?
Mi manca l’odore delle assi di legno, quello scricchiolio che fanno al passaggio, la luce abbagliante dei fari. Mi manca il contatto con il pubblico, quell’energia che mi fa aspettare la data successiva, le notti insonni prima degli spettacoli, gli after show, le ore in macchina con gli altri di “Antiscenica” ad ascoltare musica a tutto volume, ad osservare il panorama che cambia, gli abbracci dietro le quinte, l’incoraggiamento prima dello spettacolo, la concentrazione dopo il trucco, mi manca la vita in sala prove… Però sono molto fortunato, perché la quarantena la sto vivendo in maniera rilassata e molto bella. Sto a casa con la persona che amo, passo finalmente molto tempo insieme a lei e mi riscopro uomo. Mi sono dato alla cucina, faccio il pane (da buon toscano, tassativamente senza sale!), alla curcuma, integrale, e dei risotti niente male! Passo questo tempo pensando all’artista che voglio essere. Mi prendo cura di me, studio e spero che gli altri facciano lo stesso. Più che un’immunità di gregge, come direbbero in Inghilterra, ci vuole una “coscienza di gregge”, che spero possa nascere in un popolo già frastagliato e scioccamente diviso, come il nostro.




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